20 January 2017

Ancora sul Navimag, la mancata visita a Puerto Edén, si balla nel famigerato Golfo de Penas

Giovedì 8 marzo 2012

Purtroppo stamattina presto salta la visita a Puerto Edén, che consideravo uno dei punti cardine della traversata di questi giorni. Il paesino, raggiungibile solo dal mare, possiede 180 abitanti, quasi tutti pescatori tra i quali anche gli ultimi 15 indigeni Kaweshkar rimasti. L’arrivo è verso le sei, sbarcano i passeggeri che vi si fermano ma purtroppo nessun altro, al contrario di quello che capita nella tratta da Nord verso Sud.

Ieri sera avevo rapidamente conosciuto altri due italiani, sembra che sulla nave siamo in 4 o 5 su oltre duecento passeggeri. La siciliana Giovanna è in giro da qualche mese senza aerei e Giovanni, romano, è partito senza biglietto di ritorno e soprattutto senza necessità di dover tornare, magari trova un lavoro qui e si ferma. Intanto qualcosa ha scovato. Qualche settimana fa era già passato con il Navimag verso Sud e sceso nelle poche ore di sosta nella sosta a Puerto Edén ha trovato un pescatore che gli ha offerto vitto e alloggio in cambio di aiuto con il suo lavoro ed è sceso poco fa. Chissà come gli andrà.

All’alba siamo fermi nel villaggio, metto nuovamente la sveglia e riesco a trascinarmi fuori poco prima che la “Evangelistas” riparta, in tempo per vedere qualche casa nella bruma mattutina.

Qui la gente (soprav)vive qui anche grazie ai sussidi del governo. La rete di cellulari e Internet sono arrivati da poco e recentemente hanno costruito un nuovo porto e una nuova scuola. Il Pio XI, il ghiacciaio più grande di tutta la Patagonia non è lontanissimo ma è molto difficile da raggiungere.

In mattinata entriamo nel Canal Messier, vicino all’isola Williams, dove si trova il Bajo Cotopaxi, un passaggio profondo solo 4,9 metri e così chiamato dal nome di una nave inglese che vi si incagliò nel 1889. Poco oltre si vede anche il relitto della nave greca “Capitan Leonidas”.

Accoglie molti uccelli e anche un faro che ne indica la pericolosità per gli altri natanti.

Molti scattano foto.

Si continua verso un altro punto importante, il famigerato Golfo de Penas (delle pene). Sembra che prima si chiamasse de Peñas (delle rocce, promontori), ma che poi qualcuno ne abbia cambiato il nome avvicinandolo alle eterne pene dei naviganti che nei secoli lo hanno attraversato.

Causa brutto tempo quasi nessuno rimane fuori.

Verso le 15 entriamo in mare aperto in balìa dell’Oceano, normalmente il momento più critico della navigazione. Durante le 12-14 ore che ci vogliono per attraversalo anche una barca così grande e pesante può ballare paurosamente.

Ci raccomandano di prendere una pastiglia contro il mal di mare perché il Golfo può portare a spiacevoli sorprese. Anch’io seguo il consiglio del medico di bordo eliminando qualsiasi problema. La pastiglia induce però sonnolenza, e sono in molti che si stendono nelle loro cuccette mentre fuori tutto balla.

Ci annunciano che siamo fortunati: oggi le onde saranno di soli 4 metri e poco dopo iniziano le agitazioni.

Il Capitano prende decisamente in mano la situazione.

Siamo ormai in mare aperto, le onde iniziano a farsi vedere e a scuotere la pesante ferraglia del traghetto.

Dopo la dormita, esco sul ponte insieme a pochi impavidi a scattare foto. Non si riesce a stare in piedi,

e le riprese evidenziano quanto sia obliqua la barca rispetto alla linea dell’orizzonte.

Stasera a cena non ci sono così tante persone come di solito. Conosco una simpatica coppia svizzera, Nico di Losanna e Claudia di Lugano, che fino a poco tempo fa vivevano in Australia. Hanno deciso di mollare tutto e di tornare a vivere in Europa; come un’altra coppia incontrata a Chiloé, hanno però deciso di concedersi 13 (tredici) mesi di peregrinazioni tra Asia e Americhe. Anche se per natale si sono presi una “vacanza” dal viaggio e sono tornati  per 3 settimane a casa, poi hanno continuato.

Insieme agli svizzeri e all’olandese Harm, mio compagno di cabina e tifoso del Feyenoord, terminiamo una bottiglia di rum nicaragueño che avevo comprato qualche giorno fa a Puerto Williams, elemosinando del ghiaccio millenario dal bar. Le turbolenze sono ancora notevoli e bisogna tenere ben stretti i bicchieri e la bottiglia.

Comments

  1. Angelo Sterminatore says:

    Ciao Alessandro! Certo che quando racconti le esperienze che vivi, lo scritto è talmente coinvolgente che sembra proprio di essere lì con te!!! Ancora complimenti!!

  2. Isabella says:

    Ma tu guarda cosa ti trovo a bere! il flor de cana che non ho potuto portarmi a casa dal Nicaragua!!!!

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