20 January 2017

Emozioni con Sergio Tavčar

Lunedì 6 settembre 2010

Grandissima serata venerdì scorso a Staranzano per l’annunciata presentazione del libro di Sergio Tavčar, un nome, una garanzia.

Era accompagnato da Tommaso Manià, il giovane collega di Tavčar a Telecapodistria che ha spinto il Maestro a pubblicare il libro, aiutandolo anche nelle astruse diavolerie della tecnica: è stato lui ad aprirgli un blog, nato inizialmente per tirare la volata al libro, ma diventato subito un interessantissimo sito in cui Tavčar commenta l’attualità cestistica e non solo.

L’esordio della serata è stato: «Quale migliore occasione per la presentazione di questo libro che la Sagra de le raze di Staranzano», una frase che a molti potrebbe risultare curiosa, ma che viene presto spiegata: durante questa sagra viene infatti disputato l’ “ALL STARanzan Game”, un torneo di basket da strada 3 contro 3 all’aperto.

Sergio arriva affaticato e sofferente, ma appena sale sul palcoscenico si rilassa e ci prende gusto concedendosi alla sala, abbastanza piena per la sorpresa dell’autore: «Grazie tante di essere venuti, pensavo ci sarebbe stata meno gente, ma evidentemente abbiamo riscosso interesse con questa iniziativa».

Il libro tratta di Jugoslavia, tratta di basket e tratta di un telecronista. Dalla presentazione di La Jugoslavia, il basket e un telecronista. La storia della pallacanestro jugoslava raccontata dalla voce di Telecapodistria:

Sono tre le storie che si intrecciano nel racconto di questo libro.

La prima storia, quella principale, racconta della pallacanestro jugoslava (ed ex-jugoslava), vista con gli occhi di chi l’ha conosciuta e vissuta da vicino, seguendola prima soltanto per passione e poi anche per professione per oltre 50 anni.

La seconda storia è quella della Jugoslavia, delle sue genti, dei suoi popoli e delle loro peculiarità. Una storia raccontata per aneddoti ed episodi, senza nessun intento storiografico, in cui i fatti, compresi quelli legati alla dissoluzione, emergono talvolta dallo sfondo nello stesso modo in cui emersero nella vita degli (ex) jugoslavi.

La terza storia è quella personale dell’autore, che come dovrebbe fare ogni telecronista che si rispetti non vuole farsi sentire a tutti i costi urlando per mania di protagonismo, ma che semplicemente racconta come ha raccontato i fatti, fra emozioni, disavventure e ricordi.

Un libro di pallacanestro quindi, ma adatto non soltanto agli amanti del basket ma anche a chi è interessato a conoscere sfumature e sfaccettature di gente che, nonostante la vicinanza, gli italiani hanno sempre conosciuto e capito poco.

Dalla cultura sterminata (una delle sue passioni è anche Elvis Presley, di cui è uno dei più grandi intenditori), lo sport rappresenta solo una piccola porzione dei temi sui quali Tavčar discerne, durante le sue telecronache ma anche in una chiacchierata come questa. Come spiega bene lui stesso, «Mi vergognerei a fare il telecronista dovendo dire solamente “il cross dall’area” o “buon gioco sulle fasce” o questa roba qui».

Smisurato è l’amore per una piccola televisione come Telecapodistria, per la quale iniziò a lavorare nel lontano 1971, ancor prima iniziassero le trasmissioni regolari. «È un dato di fatto reale, Telecapodistria e Sergio Tavčar sono inscindibili, il che mi rende orgoglioso perché anche negli anni Ottanta, ai tempi dell’iperinflazione in Jugoslavia quando bisognava cambiare la paga esattamente il giorno stesso altrimenti il giorno dopo era già dimezzata, non mi era mai venuto in mente di andare a lavorare da qualche altra parte. Avevo sempre considerato Telecapodistria come casa mia: da lì, fino a quando non mi tirano via con le carrucole ci rimango».

Un interrogativo con una risposta facilmente prevedibile, ma che ha sempre senso ascoltare: non ha mai pensato di vendersi a una grossa televisione? «Per me le cose importanti sono queste, tipo oggi. Immaginatevi se fossi andato a lavorare per una grossa tv dove avrei dovuto dire quello che i padroni vogliono se questa sera ci sarebbe stata tanta gente ad ascoltarmi. Assolutamente. Sono una persona libera e dico sempre quello che penso: questo non ha prezzo. Chiaro che avrei voluto guadagnare di più, ma ho una casa, un’automobile, mi posso vestire, posso comprare i dischi di Elvis quando voglio, per cui il resto non conta. A me invece interessano queste cose qui: che ci sia gente che mi apprezza».

La chiacchierata si fa scoppiettante e si parla anche di pallacanestro, come la intende Tavčar. Gustosissimi i commenti nel perfetto stile Tavčariano, anche se Sergio non si concede alla platea per raccontare il famoso aneddoto del gesto dell’ombrello ai Mondiali di basket di Madrid ’86 [si veda la storia “Domani a Staranzano, il libro del nostro idolo”, in questo blog]: «Mi dispiace, devo proteggere i miei interessi per farvi comprare il libro», spiega ridacchiando.

Sergio ha tuttavia compensato ampiamente questa omissione con un ricordo di Fulvio Tomizza legato a suo padre, un’interessante storia che mi aveva già raccontato durante l’intervista di due anni fa. I loro destini si incrociarono nella Capodistria dell’immediato dopoguerra, che viveva una situazione estremamente complicata.

«Appena laureato, nel 1946, l’unico lavoro che mio padre trovò fu come supplente di lingua e letteratura slovena al Ginnasio italiano di Capodistria. Venne mandato nella gabbia dei leoni: quando arrivò in classe il primo giorno tutti gli studenti si alzarono e uscirono, uno solo rimase in aula a leggere il giornale. Questi qua di studiare lingua e letteratura sciava non avevano la più pallida intenzione. Poi mio padre, che era un diplomatico nato, riuscì in qualche modo a convincerli, a quell’unico spiegò la sua storia: “Forse sono più italiano di te, sono un supplente e mi hanno spedito qui: facciamo un patto, piuttosto che stiate fuori a prendere freddo, tornate in classe, non pretendo che mi ascoltiate però almeno rimanete dentro e io salvo anche la faccia di fronte al preside”. Dopo questa lunga discussione i ragazzi rientrarono e con molta pazienza mio padre riuscì a far capire ai più sensibili che gli sloveni non erano solo lavoratori e zoticoni, ma anche un popolo che aveva una sua cultura e una dignità letteraria. Fulvio Tomizza era uno dei ragazzi che erano usciti dalla classe: iniziò a conoscere la lingua e letteratura slava anche rispecchiandosi come una persona multiculturale proprio attraverso le lezioni di mio padre alle superiori. Infatti Tomizza ha sempre dimostrato la sua gratitudine nei suoi confronti».

Alla fine della serata si è vista una lunghissima coda per acquistare una copia del libro e farsela dedicare dal Maestro.

Fa specie pensare che Tavčar, un tipo con una tale storia alle spalle e con un nome così conosciuto, sia riuscito a pubblicare il suo libro solo attraverso un’auto pubblicazione su internet e non con una normale casa editrice. Se così fosse, allora quali speranze possono nutrire gli altri?

Il sito di Sergio Tavčar, in cui poter anche ordinare il suo libro.

Comments

  1. mi son letto qualche post sul sito di sergio e mi mangio ancora di più le mani per non essere riuscito a venire.
    fighissimo il commento del “baby” rubio, che può essere copincollato sostituendo il nome con la selva di giovani promesse calcistiche italiane:

    “smettiamola una buona volta di considerare Rubio un giovane prodigio perdonandogli vaccate disumane con la scusa che, poverino, è tanto giovane e deve farsi. Secondo me tutto quel che deve farsi è una buona iniezione di bromuro fosforato”.
    geniale

    • alessandrogori says:

      su rubio aggiungeva che uno a vent’anni non dev’essere considerato giovane:
      «Oggi si parla tanto di Rubio, che è forte perché è tanto giovane: ci si dimentica che la Jugoslavia nel 1988 vinse la medaglia olimpica d’argento buttando via la finale contro l’Unione Sovietica a Seul con in quintetto Dražen Petrović 24 anni, Zdovc 21 e mezzo, Paspalj 21 e mezzo, Rađa venti e mezzo, Divac 20, Kukoč 20 da compiere. Ora venite a dirmi che uno a vent’anni è giovane: uno a vent’anni è bravo o scarso. Quello che sai a vent’anni lo saprai per tutta la vita».

  2. dissento categoricamente con l’ultima frase in merito alla difficoltà-impossibilità di pubblicare libri.
    la speranza è l’ultima a morire!
    soprattutto per chi ti stima (e stimola).
    LR
    ogni riferimento all’autore del blog non è casuale.

    • alessandrogori says:

      ma si lo so, soprattutto se fossero terminati i libri 😉
      il discorso era che addirittura un crack come tavcar con un nome come il suo e un prodotto buonissimo (lo vedrai giovedi’) ha dovuto pubblicarsi da solo il libro.

  3. Eh figata questo post, mi ha fatto un po’ partecipare alla serata anche se non ho potuto esserci.

    Hvala!

    PS questa fine d’estate ci ha riservato buone sorprese in fatto di blog, tra Gori e Tavčar l’iPhone si sta rivelando un gingillo sollucherante!

    • alessandrogori says:

      bon, non mettermi vicino al maestro dai!
      invece, mi chiedevo se avevi letto il post cestistico precedente…
      😉
      a

  4. Francesca says:

    Ciao Ale, che nuovo blog attivissimo. Bello questo post

Trackbacks

  1. […] un telecronista. La storia della pallacanestro jugoslava raccontata dalla voce di Telecapodistria [si veda la storia su questo blog], mai toccare i serbi nell’orgoglio. Senza l’episodio menzionato i balcanici avrebbero magari […]

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