20 January 2017

Sarajevo ljubavi moja…

Sarajevo, mercoledì 15 luglio

treno rapido zagreb-sarajevo

Il treno da Zagreb per Sarajevo è segnalato come brzi, rapido, una denominazione che è rimasta solo nel nome. Alla fine, per arrivare da Udine a Sarajevo con i mezzi pubblici ho impiegato 17 ore e mezza!

controllore ferrovie bosniache

In piena notte mi sveglio e intravedo fuori dal finestrino la stazione di Visoko, paese orginario dello scrittore Božidar Stanišić, che dall’inizio della guerra vive in friuli. Un saluto al lupo!

in bosnia subito dopo il confine

«Sarajevo amore mio…» diceva una canzone di Kemal Monteno, stella della musica sarajevese di altri tempi, figlio di un italiano rimasto in Jugoslavia dopo la guerra. È difficile non innamorarsi di Sarajevo.

sarajevo - panorama

La nostalgia ti pervade, la città è sempre bellissima, abbarbicata sulle colline come un presepe. I segni della sofferenza vengono piano piano cancellati, dall’ultima volta anche il palazzo del Parlamento è stato perfettamente restaurato.

sarajevo - parlamento 2002

sarajevo - parlamento 2009

E in centro città svetta la nuova ed altissima torre “Avaz”, ma il tessuto della città è cambiato, forse irrimediabilmente.

sarajevo - torre avaz

Appena scendo dal treno, mi ritorna in mente il primo arrivo nella città, alla fine di dicembre 1995, insieme a Djako, compagno di molte avventure balcaniche dell’epoca [questo il suo sito]. Il trattato di Dayton era appena stato firmato, ma ancora si sparava in qualche villaggio. Non a Sarajevo, dove il lunghissimo assedio era appena terminato. Decidemmo di passare il capodanno nella città martoriata e fu un’esperienza indimenticabile.

Eravamo finiti per caso a dormire a casa di Nedjo, un serbo che era rimasto in città. Ricordo che dormivamo vestiti dentro al sacco a pelo, con anche il berretto di lana e sotto le coperte ma era appena sufficiente a scaldarci. Avevamo notato che la parete della nostra stanza aveva qualcosa di strano, sembrava di cartongesso. Solo al mattino scoprimmo l’arcano: scesi in strada, guardando verso il primo piano del palazzo che ci ospitava avvistammo un buco enorme, proprio in corrispondenza della nostra stanza, che era poi stato riempito di mattoni. Poi Nedjo ci spiegò che già nell’estate del 1992 era entrata una granata proprio da quella parete, per fortuna lui con moglie e figli si trovavano in quel momento in cucina e rimasero miracolosamente illesi.

balazs

Al mio arrivo, al mattino presto, min ritrovo con Balázs, un altro amico, un ungherese conosciuto in Congo che da circa un anno lavora qui, uno dei pochi internazionali rimasti.

sarajevo - burek

Come da tradizione, andiamo subito a fare colazione con un burek alla Baščaršija, il quartiere turco, più tipico della città. Poi seguirannno i tradizionali ćevapi, preferibilmente nella stessa zona.

sarajevo - cevapi

Uno dei passatempi preferiti dei sarajevesi, soprattutto uomini, è sedere in uno dei caffè all’aperto sulla Ferhadija, la strada pedonale, ed osservare lo struscio, attivo di continuo. Lo spettacolo è offerto soprattutto dalle belle sarajevesi, alcune con il velo ma la maggior parte provocanti come sempre, che si muovono sulla via come se si trattasse di una passarella.

sarajevo - slatke

Come spesso accade, in due-tre giorni sono riuscito a fare molte cose, ma molte di meno di quelle che avrei voluto. Spero di ripassarci presto.

L’ultima volta che la visitai fu nel 2004, quando scrissi questo pezzo:

Già da qualche anno molte strade della Bosnia e Erzegovina sono state asfaltate, con finanziamento occidentale. Questo fatto non contruibuisce però all’unità del paese che rimane invece profondamente diviso, anche a livello istituzionale: formato da due entità, la Republika Srpska (la regione serba) e la Federazione Croato-Musulmana (a sua volta frammentata in dieci cantoni) e il distretto di Brčko, l’unico rimasto multietnico in tutto il paese [si veda più avanti in questo blog].

pale

Pale è un villaggio a 20 km da Sarajevo. Durante la guerra era il quartier generale e addirittura la capitale dei Serbi di Bosnia. Sembra assurdo, ma qui venivano prese le decisioni per continuare il vergognoso assedio della città che tra il 1992 e il 1995 superò i 1300 giorni.

republika srpska1

Salendo le colline che circondano Sarajevo si incrocia per un momento la zona della Federazione per poi scendere, rientrando di nuovo verso i distretti serbi, annunciati dal cartello Welcome to Republic of Srpska, continuando verso la zona di Lukavica chiamata anche Srspko Sarajevo o Istočno Sarajevo. Da qui partono gli autobus per il resto della Republika Srpska e per la Serbia.

Ormai non esiste una netta divisione tra i quartieri. Anche nell’immediato dopoguerra, fino a pochi anni fa, solo una strada divideva le due zone e costituiva una frontiera anche per i taxi, che non si avventuravano dall’altra parte.

«¿Is this Sarajevo?» chiedono due turiste che si sono perse, evidentemente appena arrivate in autobus dalla Serbia all’autostazione di Lukavica. «Si, ma non quello che cercate voi» rispondono gentilmente, ma decisi, due uomini.

Ormai è molto facile trovare un alloggio, tra ostelli, case private e alberghi ed i turisti sono ritornati a Sarajevo, almeno durante l’estate. Molti arrivano anche da lontano per visitare la capitale bosniaca che presenta ancora molti segni della feroce guerra che attraverso i notiziari tra 1992 e 1995 la portò quotidianamente nelle case del mondo intero.

Sarajevo è tra le città più suggestive in Europa, costruita sulle pendici dei monti circostanti e disseminata di minareti. Col tramonto le luci della città iniziano a brillare come un immenso presepe.

In molti quartieri si è cercato di ricostruire o almeno di restaurare abitazioni ed edifici, anche grazie all’aiuto internazionale. Le tracce del più lungo assedio della storia sono tuttavia presenti, sia negli immobili che nella popolazione.

Spesso vengono presentate esposizioni che illustrano la città durante il conflitto. Ma uno dei musei più visitati è dedicato al famoso tunnel che venne costruito per rifornire la città ed usato anche per il succulento contrabbando. È situato ad Ilidža, alla periferia di Sarajevo, nella casa della famiglia Kolar nella zona governativa. I lavori iniziati nella primavera del 1993 durarono quattro mesi, fino a raggiungere il quartiere di Dobrinja, all’interno della città assediata, dopo 800 metri di percorso sotto la pista dell’aeroporto, allora controllato dalle Nazioni Unite. All’entrata il tunnel raggiungeva i 170 x 85 cm, per poi ridursi ai 150 cm. Per questo chi ci entrava doveva percorrerlo abbassato, aiutandosi spingendo i vagoni che scorrevano su rotaie.

sarajevo - tunnel

Sono moltissimi i posti in città dove si possono trovare le placche degli avvenimenti più tragici del conflitto. Un incisione sul ponte di Vrbanja ricorda Suada Dilberović e Olga Sučić, due ragazze considerate le prime vittime in città, il 5 aprile 1992. La targa nella strada che si chiamava Vase Miskina ricorda invece la strage dell’acqua del 27 maggio 1992, e quella del mercato, non lontano, del febbraio 1994.

sarajevo - prime vittime 2

Ma Sarajevo non presenta solo i ricordi dell’ultima guerra. Non lontano si trova un altro ponte dove, il 28 giugno 1914, Gavrilo Princip assassinò l’erede della corona dell’Impero Austro-Ungarico, Franz Ferdinand e la sua sposa Sofia. L’avvenimento diede inizio alla Prima Guerra Mondiale. Durante il conflitto degli anni Novanta il ponte fu raggiunto da una granata, proprio dove si trovavano le impronte di Princip che erano state marcate come ricordo. Da poco il ponte “Gavrilo Princip” è stato restaurato ed è stato riaperto anche il museo dedicato a Princip ed all’associazione Mlada Bosna.

sarajevo - gavrilo princip

La Vijećnica è il nomignolo della famosa Vecchia Biblioteca di Sarajevo, divenuta anch’essa un simbolo della città.

sarajevo - la biblioteca

A fianco dell’entrata un’altra targa ricorda quella notte tra il 25 ed il 26 agosto 1992 quando fu completamente bruciata insieme ai suoi due milioni di libri e documenti.

sarajevo - interno biblioteca

Ogni tanto veniva utilizzata per esposizioni temporanee, ma ora è chiusa per restauri che non si sa quando termineranno.

sarajevo4

Una signora sarajevese mi raccontava di come il tessuto della popolazione era profondamente cambiato. «Si vedono molte facce strane in città, è gente che viene da fuori», mi diceva. «È gente dura che invece di adattarsi alla città ha imposto le sue regole».

La Bosnia è un paese soprattutto montuoso in cui era situata l’industria pesante che nella Jugoslavia socialista era riuscita ad affermarsi. Ora quasi la totalità delle fabbriche sono ormai distrutte e gli investimenti sono largamente insufficienti. Inoltre, la rete stradale è montagnosa e, anche se il fondo è nuovo, non permette una rapida comunicazione. Il mercato è limitato e frazionato tra le due entità (e mezza) quasi antagoniste. «Se vai in qualsiasi negozio è impossibile trovare mercanzie prodotte qui: tutto arriva da fuori», continuava la signora.

L’SDA è il partito nazionalista musulmano al potere dagli anni della guerra fino al 2000, che ritornò poi in sella dalle elezioni dell’ottobre 2002. Durante i suoi mandati ha accettato ingenti aiuti dai paesi islamici. «Invece di costruire fabbriche si vedono solo nuove immense moschee che non servono a niente», si scaldava ancora la signora. Lo stesso capita con le chiese cattoliche ed ortodosse nelle altre due zone della Bosnia Erzegovina dove continuano allo stessso modo ad imporsi i partiti nazionalisti.

Un esempio concreto è l’impressionante moschea del quartiere di Mojmilo, costruita come un regalo della famiglia reale saudita insieme ad una scuola. Vicino alle sfolgoranti strutture religiose, gli enormi edifici della periferia sarajevese presentano ancora i segni dei proiettili.

sarajevo - moschea mojmilo1

A Sarajevo si può notare un aumento delle donne che portano il velo, anche se la maggior parte delle sarajevesi continuano a mostrare le loro bellezze. In molti bar poi non si servono bevande alcoliche. È un paradosso perché prima del conflitto quasi la totalità della popolazione era atea e non frequentava luoghi di culto, anche quella parte che era di origine musulmana. Le circostanze della guerra ed il modo in cui la città fu abbandonata a livello internazionale spinsero alcuni verso un’identità che prima di allora non possedevano.

La signora si diceva molto delusa da tutti i politici: «Non riesco a trovare incontrare nessuno a cui dare la mia fiducia. Non importa di quale colore sia il governo, le élites vicino al potere si beneficiano della loro situazione, prima con la guerra ed ora grazie alle privatizzazioni. I politici diventano sempre più ricchi, mentre la popolazione diviene ogni giorno più povera.

Il sistema politico del paese è estremamente complicato: esistono istituzioni separate mentre quelle comuni sono sempre tripartite, come la presidenza collegiale. È il risultato del trattato di Dayton che nel dicembre 1995 mise la parola fine a quattro anni di durissimo conflitto. Ma il paese è ancora un semiprotettorato internazionale.

Dal 1996 sono state moltissime le elezioni svoltesi da queste parti, tanto che si dice che se la democrazia si misurasse con il numero di elezioni la Bosnia sarebbe il paese più democratico del mondo.

Comments

  1. mi ricordavo bene, su questo blog parlavi i Sarajevo! forse faccio un scjampon per capodanno e come al solito ti chiedo qualche consiglio su sarajevo, dintorni e tappe da fare venendo/tornando dal/in friul by car…
    mandi

    ps. 2 settimane fa ero al mestalla con un amico e siamo andati a bere (insieme a una marea di tifosi dei rangers pieni di cerveza) nel bar di “manolo el bombo”. l’hai mai conosciuto/intervistato? potrebbe essere il protagonista di una delle tue storie…

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