20 January 2017

Le torri di Svaneti, il ghiacciaio e la fonte

Svaneti, sabato 22 agosto

Ci svegliamo ancora intontiti dalle fatiche del giorno precedente. A Mulakhi è una bellissima giornata.

Il fuoco crepita nello spolert ed i nostri ospiti ci aspettano già per colazione, con la solita tavola imbandita.

Anche stavolta si inizia con un densissimo matsoni (yoghurt) innaffiato da una meravigliosa marmellata di lamponi. Furio avrebbe apprezzato.

Le stanze in cui abbiamo dormito sono adibite ad ostello.

Il capo della famiglia è Gigla, lo zio del nostro amico Guram.

Fuori i ragazzi stanno cercando di aggiustare il radiatore che ieri sera era ormai spaccato: siamo stati fortunati ad arrivare fino qui! Shalva ha ora trovato un mastice con cui sta cercando di fissarlo.

Con quest’aria frizzantina le montagne di Svaneti si stagliano nitidissime sul cielo terso. Oltre ad esse c’è la Russia, dall’altra parte l’Abkhazia.

Guidati da Guram, andiamo dietro casa, saltiamo il recinto e ci dirigiamo verso il torrente che scende dalla montagna. Dall’altra parte si staglia il resto del villaggio, con le torri medievali che caratterizzano la regione di Svaneti. È impressionante, una specie di San Gimignano sulle montagne del Caucaso.

Forse solo ora ci rendiamo conto di dove siamo esattamente finiti. Ripercorrendolo mentalmente, il nostro percorso di ieri ha dell’assurdo: Svaneti è legata al resto del paese da un’unica strada, che oscilla tra i 1400 e i duemila metri, distrutta e piena di buche, con strapiombi e burroni continui. Un territorio che sembra esclusivo per le 4×4, ma che Shalva e il suo “Dodge Voyager” hanno affrontato, non si sa come, quasi senza problemi.

Questa remota regione costituisce anche uno dei cuori antropologici del paese, nonché una delle culle della cultura georgiana, anzi per essere più precisi della cultura Svan: gli svani posseggono infatti un’altra lingua, incomprensibile al resto dei georgiani, così come in Samegrelo si parla invece il mengrelo.

Se vent’anni fa ci vivevano circa 24mila persone, ora gli abitanti di Svaneti sono scesi a soli 12mila. Come diceva il tamadà di ieri, «conosco il 70% delle persone che vivono nella valle, e so da quale famiglia provengono».

Si racconta che fino a qualche anno fa, dopo l’anarchia seguita alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e alla guerra civile, queste zone sono state a lungo infestate da predoni che assaltavano e a volte sequestravano i pochi stranieri che si avventuravano da queste parti. Solo dopo una retata della polizia georgiana nel 2004 le acque si sono tranquillizzate.

In ogni villaggio di Svaneti si ergono imponenti le caratteristiche torri difensive di pietra costruite tra il IX ed il XIII secolo, grazie alle quali nel 1996 la regione è entrata a far parte della Lista del Patrimonio Universale dell’UNESCO.

Ci infiliamo in una stradina tra due case le cui pareti sono fatte di sassi: subito troviamo un bambino sdentato e un signore con il tipico copricapo della regione che, come spesso accade da queste parti, sembra più vecchio della sua età reale. Anche i volti della gente hanno un aspetto medievale.

A colpo d’occhio infatti sembra di essere precipitati nel Medioevo, con le torri che appaiono dietro a uno steccato oltre a poche lapidi di un piccolissimo cimitero. Impressionanti e possenti, sembrano inespugnabili. L’orgogliosa gente di qui si vanta di non essere mai stata conquistata, almeno militarmente. Sia vero o no, ogni torre doveva essere in grado di vedere le altre e nel caso avvertire del pericolo. In realtà sono raggruppate al centro di ogni paesino. Costruite su vari livelli interni, indipendenti tra di loro, se necessario ci si poteva chiudere al loro interno e resistere a lungo grazie alle derrate che vi venivano stipate.

Sotto a molte torri si scorgono case abitate, con le tipiche parabole per ammorbidire l’isolamento di quassù. Alcune case hanno ancora il tetto con tegole di legno, con tre strati inchiodati uno sopra l’altro.

Dietro, il bosco, prati tagliati, covoni. Tutt’intorno le montagne.

Per strada appaiono alcuni maiali, oltre ai giganteschi cagnoni che abbaiano strenuamente, due classici di queste latitudini.

In uno spiazzo che potrebbe essere il ritrovo del paese, un crocchio di persone sedute su una panchina improvvisata ci guardano incuriositi, anche se poi tornano subito alle loro discussioni.

Dal torrente dietro al villaggio ci inerpichiamo risalendo il suo ripido greto. In varie occasioni dobbiamo attraversare l’acqua gelida del torrente, saltando sui sassi rischiando spesso di finirci dentro.

Guram, magro come un chiodo, è originario di quassù anche se vive a Tbilisi fin da quando era studente. Con i suoi mocassini salta agilissimo tra i sassi come un capriolo, con in mano una sigaretta sempre accesa.

Sul costone della roccia si ergono le rovine di un’altra torre, stavolta non di una casa ma di avvistamento.

Molto più su l’ennesima sorpresa: il torrente ha scavato due solchi sotto un piccolo ghiacciaio dal respiro freddissimo.

Si può andare sotto la calotta di ghiaccio, che sembra una galleria di meringa.

Ridiscendiamo dallo stesso cammino, con davanti a noi prati verdissimi e montagne con la neve ancora in cima.

Rientriamo a casa con il pranzo ci aspetta: stavolta il chvishdari, una specialità della zona, una specie di torta salata con del formaggio dentro, insieme ad uno spezzatino di carne.

Dopo una salutare siesta, riprendiamo la “Dodge” di Shalva per recarci oltre il fiume Tsaneri, nel vicino villaggio di Zubiani, famoso per una fonte di acqua minerale molto ferrosa.

Anche qui le solite torri, forse ancor più impressionanti per essere immerse nel verde dei prati appena tagliati con qualche covone qua e là, e contornate dalle montagne di Svanezia.

La luce è perfetta, tra le più belle di questo viaggio.

La fonte è in realtà un tubo che esce dal terreno, ma abbastanza in alto: dobbiamo lasciare la “Dodge” parcheggiata, e continuare a piedi.

Il luogo funge anche da posto di incontro sul far della sera degli adolescenti locali, mandati dai propri genitori a far provviste d’acqua.

Noi ne approfittiamo per un’anguria su questo panorama.

Nel dopocena, poi, uno dei momenti più alti del viaggio: i bellissimi duetti tra Gio e Guram, con le loro canzoni tradizionali con e senza l’accompagnamento della chitarra.

Comments

  1. Sono molto interessato alle origini dei veneti, arrivati in Italia con i Sarmati e gli Alani dalla Colchide. Il popolo svaneti è nominato fra i popoli veneti da Plinio. Se ci sono notizie interessanti e foto di case antiche potrei averle?
    Grazie L.Verardo

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