20 January 2017

Da Ancud a Castro, la specificità di Chiloé e “El Embrujo”

Mercoledì 18 gennaio 2012

Con dispiacere mi sposto da Ancud verso Castro, la “capitale” di Chiloé, a un paio d’ore di bus più a Sud.

Prima di partire approfitto per visitare il Forte Real San Antonio risalente alla fine del XVIII secolo, uno dei pochi forti spagnoli rimasti ancora intatti sull’isola.

Per strada, una coltivazione di patate, uno delle basi dell’alimentazione locale (si dice che a Chiloé ne esistano centinaia di varietà diverse).

Chiloé, un mondo a parte

In tutto l’arcipelago vivono attualmente circa 150mila persone. Il suo nome deriverebbe dall’adattamento al castigliano di una parola indigena (chillwe) che sottolineava la presenza di un certo tipo di piccolo gabbiano.

In origine era popolato da diversi indigeni, quali chonos, huilliches e cuncos. Solo successivamente arrivarono i colonizzatori spagnoli, e molto tempo dopo i cileni moderni.

Per l’isolamento fisico di Chiloé, i suoi abitanti (chilotes) hanno preservato una cultura propria e sono molto attaccati alle loro tradizioni, anche mitologiche.

Uno degli aspetti più salienti sono le antiche chiese lignee, che visiterò domani e meritano un discorso a parte. Ma il legno a Chiloé è uno degli ingredienti di base, onnipresente anche in gran parte delle case, rivestite delle tipiche tegole dai tagli diversi.

Il legno usato era soprattutto alerce (cipresso della Patagonia), di cui parlerò più avanti.

Castro

Castro, con i suoi circa 29mila abitanti (poco più di Ancud) è il capoluogo di Chiloé ed è famosa per le sue palafitte, anche se ormai molte cadono a pezzi o sono scomparse.

Passeggiando per le zone abbastanza dimesse in riva al porto mi imbatto in una struttura interessante con la testa di una balena come facciata principale.

Un negoziante lì vicino mi spiega che era stata costruita alcuni anni fa per diventare un museo che non è mai stato aperto ed è ormai abbandonato. Il retro sembra in movimento.

Poco oltre si vive con poco,

Le solite barche in secca.

Risalgo verso il centro.

E per caso trovo una libreria molto accogliente.

Mentre sto sbirciando qualche libro pochi minuti prima della chiusura, una coppia di israeliani (stavolta non età di naja) scopre che all’interno c’è un pianoforte. Il tipo chiede alla padrona se lo può suonare e lei acconsente allungando così l’orario.

Proprio di fronte sorge il ristorante El Embrujo (il sortilegio), dove si inizia con un classico pisco sour.

Anche qui mi propongono poi uno sfizioso piatto di diversi mariscos all’ajillo (frutti di mare, all’aglio), che comprende tra l’altro polipo, calamari, seppie, gamberi,

e viene accompagnato dal chupe, una specie di sformato di frutti di mare mescolati con pane bagnato nel latte e formaggio.

 

Comments

  1. quanti ricordi…

    e poi…anch’io ho mangiato in quel ristorante e sono entrato nella stessa libreria…

    nostalgia

    fatti un giretto per le isole dell’arcipelago interno, se hai tempo. ne vale proprio la pena.

    ciao e buon viaggio!

  2. approposito di cile abbiamo comprato ramirez nuovo fenomeno locale dato che sei da quelle parti dagli una guardata.un saluto da tolmezzo e buon viaggio.

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