20 January 2017

Il “cugino” carnico di Iniesta

Lunedì 10 gennaio 2011

La sera di lunedì 10 gennaio si conoscerà il vincitore del Pallone d’Oro FIFA 2010 [si veda la storia]. Tre i candidati in lizza, tutti orgogliosamente cresciuti nell’ormai celeberrima cantera del FC Barcelona: si tratta di Andrés Iniesta, Xavi Hernández e Lionel Messi, già vincitore del Pallone d’Oro lo scorso anno.

La scelta è ardua. L’argentino è il migliore calciatore del mondo e nel 2010 ha segnato vagonate di reti, ma i primi due sono favoriti, considerando il trionfo al mondiale sudafricano della Spagna allenata da Vicente Del Bosque. Xavi potrebbe spuntarla per il suo altissimo rendimento, costante da anni, grazie al quale è diventato il miglior regista del mondo, nonché metronomo del Barça e della sua nazionale. Ma il premio potrebbe essere assegnato a Iniesta, anche per la sua unica rete, quella decisiva, al 116’ minuto della finale di Soccer City a Soweto.

Don Andrés ha un tifoso speciale in Carnia: suo cugino Ezio De Prato da Chialina di Ovaro. L’ho incontrato alcune settimane fa per farmi raccontare la sua storia.

Emigrazione

La parentela arriva da lontano, da molti anni prima che Andrés nascesse. All’inizio degli anni Sessanta, Ezio andò a cercare fortuna in Francia come molti friulani. «Partii a 17 anni», mi racconta nella sua nuova casa nella bassa friulana. «Feci tutta la trafila: iniziai come manovale, quindi muratore; dopo il tirocinio divenni assistente e poi capocantiere. Nel 1977 entrai in un’importante impresa di costruzioni con cantieri in tutto il mondo, soprattutto in Asia e Medio Oriente. Ho lavorato per loro per trent’anni. Fin da subito mi spedirono in Arabia Saudita, e poi in Iraq, paesi in cui sarei tornato più volte, quindi Marocco, Montecarlo e Cuba».

«Conobbi la mia prima moglie proprio a Parigi. Avevo 20 anni, e spesso andavo a ballare con amici spagnoli: furono loro a presentarmela, nel metrò. Ci sposammo giovani, nacque subito una bambina e poi due gemelle: a 24 anni avevamo già tre figli. Poi arrivò anche il maschio. Ora le ragazze vivono tra Arles e Nîmes, dove ho quattro nipoti».

Fuentealbilla

La parentela è presto svelata: «Mia moglie è la cugina del papà di Andrés. Sono originari di Fuentealbilla, un paesino di duemila abitanti in Castilla La Mancha, non lontano da Albacete, a 130 km da Valencia e a 300 da Madrid». Di Andrés Iniesta nella loro famiglia ce ne sono molti: «Tutti si chiamano come il nonno, che era appunto fratello del papà della mia ex moglie».

«Avevamo una casa a Fuentealbilla: non ci abbiamo mai abitato, ma ci andavamo in vacanza ogni estate, qualche volta anche due volte all’anno. Allora ebbi l’occasione di conoscere tutta la famiglia e di apprezzare le loro qualità: è gente lavoratrice e di umili origini. I parenti di mia moglie lavoravano i terreni in affitto, il papà José Antonio era muratore. Il cognome dalla parte della mamma è invece Luján: avevano un bar nel paese».

Andrés nacque l’11 maggio del 1984. «Conosco il bambino fin da quando era piccolo. Allora per lui esisteva solo il pallone, non l’ho mai visto fare altro se non giocare a calcio: a cento metri dal bar c’è la scuola con i campetti e lui era sempre lì».

Dopo un provino, Andrés entrò a far parte delle giovanili dell’Albacete, che all’inizio degli anni Novanta aveva disputato cinque campionati di fila in Prima Divisione, ma che normalmente vivacchia tra Seconda e Terza.

«Ho sempre espresso il mio rispetto per la passione per il calcio di José Antonio che 2-3 volte alla settimana portava il figlio a fare allenamento fino ad Albacete. Un giorno, durante un torneo in cui l’Albacete giocò contro il Barça, i dirigenti catalani notarono Andrés e fecero alla famiglia una proposta per portarlo a Barcelona. Credo che il Barça selezionò tre dei 350 bambini che giocavano lì».

Non si trattò di una scelta facile. «I suoi non erano convinti di lasciarlo andare così lontano, a 500 km di distanza. A insistere fu il nonno materno, quello del bar: quando portarono per la prima volta in Catalogna il piccolo Andrés, la delegazione era capitanata proprio dal nonno. La prima notte il papà non riusciva a dormire: voleva alzarsi, prendere il bambino e la moglie e ritornare a casa. Fu suo suocero l’indomani mattina a convincerlo, altrimenti lo avrebbe riportato a Fuentealbilla. Andrés rimase alla Masia e iniziò la sua avventura con il Barça».

All’inizio il bambino era solo e risiedeva alla Masia, il convitto delle giovanili del Barça che si trova di fronte al “Camp Nou”, ispirato ai tipici masi catalani. Dopo un paio d’anni papà, mamma e sorella affittarono un appartamento proprio nei pressi dello stadio e si trasferirono tutti a Barcelona: allora Andrés passava la giornata tra scuola e allenamenti, ma poteva finalmente tornare a dormire a casa. Quando divenne professionista la famiglia prese casa a Sant Feliu del Llobregat, alla periferia sud della città catalana.

Un aneddoto importante: « Per il Centenario del FC Barcelona del 1999, l’allora 15enne Iniesta venne scelto per rappresentare il club insieme a Guardiola in una visita dal Papa, forse perché il piccolo era il miglior cadetto del vivaio. Allora Pep gli disse: “Sono sicuro che prenderai il mio posto nel centrocampo del Barça”. Fino a pochi anni fa, l’unica foto che Andrés teneva appesa nella sua camera era proprio quella con Guardiola, nessun’altra».

Mentre mi racconta queste storie Ezio mi offre un ottimo Ron cubano, invecchiato 15 anni, che fa una bella accoppiata con il caffè.

Tifo

Un capitolo a parte merita il tifo a Fuentealbilla. A Castilla La Mancha sono quasi tutti per il Real Madrid e, si sa, tra castigliani e catalani non c’è molta relazione. «Penso sia stato l’unico bambino di quelle zone ad essere adottato a Barcelona, forse anche per il suo carattere: è un ragazzo semplice, timido e riservato come la mamma, dalla quale ha ereditato anche la pelle molto bianca. Anche la grande famiglia Iniesta era del Madrid, a parte una o due persone. Molti amici e parenti ora tifano per il Barça grazie ad Andrés, ma non tutti; alcuni sono rimasti con le merengues, come lo zio più anziano che ha la mia età ed è uno sfegatato: ogni volta che segna il Madrid lancia un petardo che lo sentono in tutto il paese. Poi mio cognato, il marito della sorella di mia moglie: se quei due vanno al bar mentre trasmettono una partita del Barça puoi star sicuro che se ne vanno immediatamente. Il papà ovviamente ha cambiato fede».

Montecarlo

Successivamente Ezio si trasferì nel Principato di Monaco. «A Montecarlo lavorai una decina d’anni, e fu sicuramente la migliore esperienza professionale, ma non solo. Abitavamo a Saint-Paul de Vence, un bellissimo borgo della Costa Azzurra, a 15 km da Nizza e a 7 dal mare. Per me è il posto più bello di tutta Europa, per il clima e per le opportunità che offre: in un’ora andavamo a sciare, poi rientravamo a mangiare in terrazza. Per anni ho invitato amici a vedere il Gran Premio o le partite di calcio, al “Vélodrome” di Marsiglia o al “Louis II”, quando il campionato francese era ancora interessante».

«Quando Andrés iniziò a giocare le prime partite andavo fino a Barcelona per vederlo, e ho continuato anche dopo essermi trasferito ad Arles. Da lì sono 4 ore di macchina: portavo i miei generi, oppure amici. Alcuni di loro, come mio nipote o amici di Prato, sono venuti anche dalla Carnia a trovarmi. A Davâr il Barça è molto popolare: quando tornavo da Barcelona portavo sempre magliette a parenti e amici».

Nell’ottobre 2002 Louis Van Gaal fece esordire Iniesta in prima squadra in una partita di Champions contro il Brugge. Ma il carattere dell’olandese, sicuramente l’allenatore più odiato degli ultimi anni a Barcelona, faceva soffrire il giovane manchego. «Andavo in macchina con suo papà a vedere la partita, Andrés chiamava dicendo che non era nella lista, e ci arrabbiavamo molto».

Con Rijkaard andò meglio, anche se spesso Iniesta giocava solo spezzoni di partite. Andrés non è entrato direttamente tra i grandi come Messi o altri, il suo inserimento è stato invece molto più graduale. Nel 2004/05 entrò a far parte della prima squadra con regolarità, anche se veniva utilizzato soprattutto a partita iniziata per scardinare le difese avversarie. Nella stagione successiva un infortunio al ginocchio lasciò il centrocampo del Barça per sei mesi senza Xavi e Andrés approfittò dell’occasione entrando in pianta stabile tra i titolari.

In Champions contro l’Udinese

All’inizio del 2005/06 l’Udinese riuscì per la prima volta a conquistare la Champions e nella fase a gironi venne sorteggiata proprio contro i catalani. «Quell’anno vidi tutte le partite di Champions in casa. Al “Camp Nou” l’Udinese perse, ma sul 2-1 sembrava potesse ottenere un pareggio; poi alla fine perse invece 4-1, ma giocò bene. Per me fu un orgoglio: ci andai con amici spagnoli e allo stadio tutti si domandavano chi fossi, visto che applaudivo entrambe le squadre».

Al ritorno fu l’apoteosi. «Ci sentimmo al telefono, Andrés mi chiese se sarei andato a vederlo giocare al “Friuli”. “Sicuro”, gli risposi, “preparami alcuni biglietti” gli dissi. All’Hotel Astoria però ebbi qualche problema perché non lasciavano scendere i giocatori. Alla fine ci incontrammo verso le 6, prima di andare verso lo stadio, e ci diede i tagliandi. Eravamo in quattro: io e la figlia di un amico portavamo la sciarpa del Barça, la bambina è mia figlioccia e aveva conosciuto Andrés una volta che era in vacanza con me».

«Quando uscii dall’albergo con la maglia del Barça ma parlando in cjargnel una giornalista del TG regionale mi mise il microfono davanti chiedendomi: “Come mai un friulano con la maglia del Barcelona?” Così raccontai brevemente la mia storia».

Bastava un punto per qualificarci agli ottavi di Champions ma purtroppo, come ricordiamo tutti, quello che doveva essere l’appuntamento più importante della storia ultracentenaria dell’Udinese si trasformò nel peggiore incubo. Il Barça, già qualificato come primo del gruppo, venne a Udine a disputare un semplice allenamento, con una squadra largamente rimaneggiata e addirittura senza Rijkaard in panchina, rimasto a casa per problemi fisici. Contro un avversario che non chiedeva niente, l’Udinese invece sembrava fosse invece scesa in campo per puntare fin dal primo minuto su un assurdo 0-0 e per questo purtroppo ci ricorderemo per sempre di Serse Cosmi, esonerato non molto tempo dopo. Finì 0-2 per i catalani, con reti di Ezquerro e proprio di Iniesta.

Qui la sintesi della partita.

«Finimmo dietro al pullman del Barça diretto all’aeroporto di Ronchi e dalla macchina chiamai Andrés per ringraziarlo ironicamente per la partita e il gol. Lui mi rispose: “primo [cugino, in spagnolo, ndr], cosa volevi che facessi, ero da solo davanti alla porta vuota, mica potevo tirare fuori…” Non volevano segnare, non gli interessava vincere la partita, in qualche modo volevano aiutare lUdinese». Non ci riuscirono.

La finale di Parigi

«Vidi la semifinale di ritorno contro il Milan al “Camp Nou” e, a sorpresa, riuscimmo ad andare anche alla finale di Parigi. Ero partito dalla Francia in macchina da solo e pensavo di vederla in tv. Ma lo stesso giorno del mio arrivo in Carnia parlai al telefono con la mia ex moglie: mi spiegò che il cugino aveva chiamato per invitarci e che lei aveva declinato. “Richiamalo subito e accetta l’invito!”, le dissi e mi rimisi in macchina per tornare indietro».

Il papà di Andrés ha la fobia dell’aereo, assiste solo alle partite in casa o quelle che si disputano non lontano da Barcelona. «Per la finale avevano organizzato due pullman; in uno c’era tutta la famiglia, nonno compreso. Li aspettavo al primo autogrill dopo Arles, da dove passa l’autostrada per la capitale. Avevo anche esposto la bandiera del Barça: passavano i catalani e suonavano i clacson. Passammo due bellissime giornate a Parigi, l’ambiente sotto la Tour Eiffel era fantastico».

Il Barça vinse 2-1 contro l’Arsenal di Thierry Henry, con reti di Campbell, Eto’o e Belletti. Iniesta disputò il secondo tempo della partita, entrando in sostituzione dell’infortunato Edmílson: capitan Puyol poté così alzare la seconda Coppa Campioni / Champions della storia del Barça.

http://www.youtube.com/watch?v=AJI-js_WWyY

Dopo due anni agrodolci con la pericolosa parabola discendente di Rijkaard, nel 2008/09 Pep Guardiola prese in mano la squadra conducendola già al primo anno alla conquista di tutti e sei i titoli disputati, un’impresa mai vista. Grande protagonista fu nuovamente Iniesta, soprattutto per la rete all’ultimo respiro della semifinale contro il Chelsea a “Stamford Bridge” che valse la qualificazione all’agognata finale.

http://www.youtube.com/watch?v=fIm_Bt6QO1s&feature=related

Quel tiro all’incrocio al 93’ quando tutto sembrava ormai perduto venne battezzato Iniestazo. Qui la cronaca del Mestre Puyal su Catalunya Ràdio.

http://www.youtube.com/watch?v=iVtIWtfjiEk&feature=related

«Per la finale di Roma del 2009 stavo lavorando a Cuba e purtroppo non sono riuscito ad essere all’“Olimpico”. L’ultima partita dal vivo a cui ho assistito è stata due anni e mezzo fa, ma spero di tornare presto a Barcelona».

http://www.youtube.com/watch?v=P1iKbRTqz5s

Il trionfo mondiale

L’ultima perla, i Mondiali sudafricani. «Sono rientrato da Cuba il 31 maggio», racconta ancora Ezio. «Ho seguito una parte dei mondiali in Francia e poi il resto in Carnia. A casa avevo anche esposto la bandiera della Spagna». Il livello di gioco è stato bassino, ma la Spagna è apparsa come la migliore squadra, soprattutto per le ultime due partite.

Sembra che il giorno della finale il papà di Andrés sia scappato dal paese per la tensione. «Ha voluto isolarsi, perché si stressa troppo. Dopo la finale sono riuscito a parlare con lui. “Tuo figlio è passato alla storia” gli ho detto: “La Spagna vince la sua prima Coppa del Mondo e Andrés segna l’unico gol della finale: una favola!».

«L’unico alloro che gli manca è il Pallone d’Oro. Anche gli altri se lo meritano, ma se non vincesse Iniesta sarebbe un vero peccato». Per sapere a chi andrà il massimo alloro individuale per un calciatore seguiremo stasera l’annuncio nel Gran Gala della FIFA a Zurigo.

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