17 January 2017

Trenta(due) ore di traghetto tra il Beagle, ghiacciai (V) e fiordi fino a Punta Arenas

Martedì 28 febbraio 2012

Al mattino presto piove, anche se poi come sempre il vento spazza via le nubi. Mi attendono una trentina di ore di navigazione tra il Canale di Beagle, alcuni fiordi e poi su verso Nord per raggiungere Punta Arenas.

Alle 8 c’è già la coda per salire sul transbordador e prendere i posti migliori.

Sembra che la “Yaghán” sia molto più moderna rispetto alla barcaza precedente che di ore ne impiegava 38. Non mancano neanche gli schermi piatti sui quali vengono vomitati i soliti film; per fortuna, al contrario di quello che capita sui bus, almeno qui l’audio è basso. Trasporta ben pochi mezzi, solo un paio di camion e quattro macchine.

Cecilia è venuta fino al porto per salutare i “suoi” passeggeri ma forse anche per assicurarsi che partano sul serio (almeno qualcuno di loro). Si salpa.

Si vede per l’ultima volta (o quasi) Puerto Williams con los Dientes annessi, e dispiace un po’ andarsene da questo posto semplice ma così suggestivo.

Lo striminzito ponte è spazzato dal vento,

e i passeggeri sono imbacuccati per sfidarlo.

Alla fine la barca non è del tutto piena. È un peccato che non esista un sistema di pagamento ma solo di prenotazione: così facendo qualcuno che sarebbe voluto partire è stato avvisato che non c’era posto e invece altri avendo solo prenotato (e non pagato) non sono venuti.

L’interno ricorda un bus a lunga percorrenza argentino o cileno, con due categorie di prezzo e di comodità: cama (con i sedili che si abbassano fino quasi a diventare orizzontali) e semicama (un po’ meno).

Con la differenza che rispetto a un bus qui ci si muove liberamente. Dalle ampie finestre si può osservare il film acquatico che scorre all’esterno.

Trovo subito Mauricio e Carlos, i ragazzi cileni camminatori che avevo conosciuto sulla camioneta della famiglia Mancilla attraversando il bosco; erano stati loro tra i primi a parlarmi di questo traghetto. L’altra sera in uno dei pochi posti in cui bere qualcosa a Puerto Williams avevo sentito qualcuno che chiamava il mio nome: erano loro, appena tornati dalla sfacchinata de los Dientes.

Tenendo fede al nome dell’imbarcazione, l’interno è adornato con foto di yaganes di altre epoche, quando ne esistevano ancora.

La prua punta verso Ovest,

Ushuaia appare dietro al Faro Les Éclaireurs.

Il Beagle ora è mosso,

e gli effetti sono magnifici.

Il tempo per ora tiene, speriamo continui così visto che più tardi si passerà davanti agli ennesimi ghiacciai.

Ci avvisano che è pronto il primo pasto. Durante le lunghe ore di navigazione saremo chiamati di continuo al piano di sotto, per pranzo, merenda, cena, colazione e di nuovo pranzo. Sembra quasi una mensa scolastica. A sorpresa per queste latitudini appare la humita, pasticcio di mais rinchiuso in foglie della stessa pianta tipico della Bolivia e del nord di Cile e Argentina.

Purtroppo quando usciamo di nuovo il tempo si è guastato.

Proprio ora che stiamo per raggiungere la zona in cui diversi ghiacciai sfileranno davanti a noi.

Ci troviamo a costeggiare il Parque Nacional Alberto De Agostini, dedicato al salesiano di cui ho parlato alcuni giorni fa.

Oscillando tra nubi e ridotti spiragli di sole, si succedono vari ghiacciai: Alemania, Francia, Italia, Romanche.

Quando cala il sole ci immergiamo in un grigiore assoluto con il mare che si confonde tra le nuvole basse e la pioggia.

È ora di cena, stavolta (purtroppo) spaghetti…

Di notte si balla che è un piacere con il sibilo del vento e i motori a tutta che cercano di superare la forza delle onde. Tutti dormono.

Al mattino successivo siamo ormai entrati nello Stretto di Magellano (Magalhães/Magallanes) nella zona in cui è più ampio. È tornato il bel tempo anche se il mare è grosso,

ma le catene resistono.

L’ultimo pranzo, stavolta empanadas.

Effetti speciali.

Visite.

Ormai siamo vicini.

Con un po’ di ritardo, dopo 32 ore arriviamo a Punta Arenas,

e tutti scendono.

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